Caro compagno patriota
Se tu potessi vedere oggi, a 81 anni dalla tua fucilazione, che fine hanno fatto la parola Patria e la parola Compagno.
La parola Patria, che facemmo nostra durante la guerra di Liberazione dal nazifascismo, la Tua guerra, strattonata da una destra talmente a corto di idee nuove quanto tronfia nell’agitare le vecchie che purtroppo noi, colpevolmente, le abbiamo permesso di monopolizzare come proprie.
Noi, troppo innamorati di internazionalismo da non capire che la Patria muove affetti ancestrali legati a ricordi, abitudini, luoghi, sapori, odori che non si cancellano. La Cultura non si cancella e farsi internazionalisti significa guardare con affetto e rispetto le patrie di tutti, non annichilirle. Significa tenera la testa alta sopra le ondate del populismo sciovinista, della scorciatoia “io so’ Er mejo, so’ Er più, e voi séte scimmie”, perché certo, le scimmie si possono sempre ammaestrare. E tu, caro Patriota, lo avevi capito allora. Noi ancora facciamo fatica a comprenderlo, ma tu non eri scimmia e non eri ammaestratore.
E ora qualcuno ci racconterà ancora che per te le scelte sono state facili, bianco o nero, libertà o tirannia, fascismo o antifascismo…. le nostre inutili complicate difficoltà, che sono tali perché tu, e altri come te, ce le avete regalate ad alto prezzo e ci avete detto: “vedete bene cosa dovete fare di questa opportunità che vi diamo, non sprecatela che tanto ci è costata…”. Forse l’avresti apprezzata tu tanta complicazione, e avresti lasciato ad altri le scelte facili del bianco o nero.
Perché vedi caro Patriota, sembra sempre di ripartire da zero. Neppure dal secondo tempo del Patriota di Proietti, del “mio padre è morto partigiano” ti ricordi? Anche se eri già morto da 30 anni, l’avrai sentito, no? Quello che coi fascisti Nun ce giocava…ecco, noi ripartiamo ogni volta da inizio partita. Con i fischi all’inno nazionale degli avversari che tu non avresti mai fatto, perché gli inni non si fischiano e le bandiere non si bruciano.
Ecco, caro Compagno Patriota, siamo al fischio d’inizio. Anzi, ai fischi d’inizio.
E la parola Compagno, caro Compagno Patriota, ancora più incerta, dispersa, a sua volta strattonata o ingiuriata, ridicolizzata. E certo che tu, quel giorno che ti presero, ce l’avevi nel cuore la parola Compagno, perché per te la Patria sarebbe stata giusta, solidale e socialista, o non sarebbe stata. Perché la Patria dei briganti neri era fatta di sangue al servizio dei padroni e tu, cameriere, contadino, impiegato e operaio, quella patria la combattevi. Perché era la patria della violenza, della sopraffazione e più di tutto, la patria dell’ingiustizia.
E quando provarono a fartela ingoiare, quella patria, a furia di pugni, il silenzio con cui hai inchiodato quelle canaglie è stato il discorso più bello, inciso nel marmo, che hai donato alla nostra storia. Perché, caro Compagno, la giustizia e l’uguaglianza valevano per te più di qualsiasi Patria.
E quel giorno che ti portarono alle Fosse, incerto sulle tue gambe piagate, hai avuto paura, una paura fottuta, e sarai caduto forse, sulle tue gambe piagate, anche prima che le SS coraggiose di cognac ti sparassero, e non avrai fatto in tempo a gridare le frasi degli eroi, o non ci avrai pensato proprio, perché in quei momenti, nel buio, calpestando i corpi dei compagni già uccisi, avrai pensato ad altro.
Magari al sole sopra i pini di Villa Ada o sopra ai pizzuti del Verano, dopo la Tramontana che tutto pulisce e tutto spazza. Al sorriso di una donna, a un piatto de gricia e a ‘na mezza foja de bianco.
Se così è stato, così sia.
Articolo di Fabrizio Aquilini